Le macerie del terremoto sono cicatrici che non vanno nascoste

Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro: credono che tutto ciò che ha subito una ferita e ha una storia diventa più bello. È quello che deve aver pensato anche Lucia Krasovec Lucas, architetta triestina, presidente nazionale di AIDIA (Associazione Italiana Donne Ingegneri Architetti), una realtà che quest’anno festeggia i suoi primi 60 anni di attività, di ritorno da Arquata del Tronto e Camerino, dove qualche settimana fa ha visitato le popolazioni terremotate assieme alle associazioni locali.

Il Giappone peraltro è uno di quei Paesi che nel campo sismico ha sviluppato esperienza e buone pratiche, ma di questo patrimonio certamente esportabile e condivisibile nessuno sembra aver tenuto conto se ancora una volta nel nostro Paese siamo qui a piangere morti e a costatare la devastazione di un territorio. Si tratta di luoghi — mi racconta Lucia — dove la natura continua a vivere, ma dove la gente non c’è più: 6.000 persone sono state evacuate da Camerino e 2.000 da Arquata, restano solo montagne di ruderi (un mese fa nelle Marche ne era stato portato via solo l’8%).

Ruderi che qualcuno vorrebbe rimuovere, ma che invece per lei rappresentano una straordinaria opportunità per indagare gli errori e le manchevolezze che li hanno generati, le regole non rispettate alla base dei crolli, ma anche per ripensare al senso e al valore dell’insediamento umano. Secondo Lucia le macerie possono diventare il materiale per ricostruire, per creare quegli innesti necessari a conservare gli spazi com’erano e dov’erano, rendendoli nuovamente funzionali e utilizzabili: così sarà possibile trattenere la memoria e l’identità senza nascondere le cicatrici e i segni del tempo, ma sviluppando nuove forme dell’abitare.

E poiché abitare un luogo non è una scelta casuale, ma significa fare un patto con la natura e le risorse di quel luogo, è necessario, imprescindibile, riparlare con le persone, coinvolgerle: al momento, infatti, sono completamente esautorate. Da quasi un anno attendono. Ma la pazienza sta per finire e anche le crepe rischiano di allargarsi ulteriormente: bisogna sanarle al più presto per evitare nuovi crolli. Le professioniste di AIDIA sono pronte a fare la loro parte per ridare vita a questi luoghi che rischiano di diventare solo set per ospitare la passerella del politico di turno. Sono pronte a rimboccarsi le maniche e a disegnare il futuro assieme alla gente del posto. Il presente è pieno di crepe, ma come dice Leonard Cohen "c’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce".

https://www.agi.it/blog-italia/idee/macerie_terremoto_architettura-2023581/post/2017-08-07/

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Ìnsito, abitare un luogo non è una scelta casuale, significa fare un patto con la natura e le risorse di quel luogo, per costruire il futuro che è fatto anche di sogni, di speranze, di felicità. Partire da qui per combattere lo sradicamento, non solo fisico ma anche quello dell'anima, per contrastare il dimenticare e l'improvvisazione, in modo plurale. "Que votre sentiment seul vous guide. Seulement, comme nous ne sommes que de simples mortels, nous sommes sujets à l'erreur: écoutez les observations; mais ne suivez que celles que vous comprendez et qui doivent se fondre dans votre sentiment" (JB Corot)